La Natura del Suiseki in Giappone - by Wil in Japan

La Natura del Suiseki in Giappone
by Wil in Japan - Traduzione di Daniela Schifano

Wil, autore di questo articolo, è uno dei Directors della NSA (Nippon Suiseki Association), che lo ha designato per presentare questo suo lavoro all'ottava Convention Mondiale del Bonsai a Saitama City, in Giappone, il 30 aprile 2017.  Io sono molto grata a lui per permettermi di condividere, attraverso queste pagine,  il suo lavoro con tutte quelle persone che non sono state in grado di partecipare, e perchè questo testo cerca di fare chiarezza su un argomento molto attuale : un suiseki è una pietra naturale oppure no?
Nella pagina in inglese è pubblicato il testo originale presentato alla Convention di Saitama.

Come molte persone originarie dell'Occidente, la mia prima conoscenza approfondita sul suiseki proveniva da fonti di lingua inglese e, come dovevo scoprire più tardi, gran parte di quello che avevo imparato era esagerato, semplificato o del tutto sbagliato. Spesso, le informazioni che vengono trasferite da una cultura all'altra, tra le lingue che sono altrimenti completamente incompatibili, diventano oscure poiché i dettagli e le sfumature fondamentali si perdono nella traduzione. È come un gioco di sussurri cinesi o di copiare una copia di una copia - con il tempo e lo spazio, qualsiasi rassomiglianza all'originale viene gradualmente perduta.
 
Il libro di lingua inglese più diffuso in materia di suiseki giapponesi è di gran lunga "The Japanese Art of Stone Appreciation: Suiseki and its Use with Bonsai"  (titolo in italiano : "L'arte del Suiseki. Collezionare pietre : raccolta, esposizione ed uso con i bonsai"),   dei co-autori Vincent T. Covello e Yuji Yoshimura.

È stato pubblicato per la prima volta nel 1984 ed ha avuto numerose ristampe e riedizioni. È il primo e più influente lavoro in lingua inglese su questo argomento, ed ha fornito le basi per numerosi altri libri successivi e innumerevoli siti web fatti da aspiranti esperti o da club allo scopo di informare i propri soci. A poco a poco, come una narrazione che viene raccontata ripetutamente, il testo, che era già in gran parte problematico, lentamente divenne meno accurato e più lontano dalla effettiva pratica del suiseki e dell'apprezzamento della pietra in Giappone.

Ulteriormente aggravando il prolema, la stragrande maggioranza delle persone in Occidente, che scrivono o ripetono i testi di altre persone sul tema, non parlano la lingua ed hanno passato così poco tempo in Giappone per avere un reale accesso a fonti primarie o agli esperti del settore. Adesso, più di trent'anni più tardi,  la versione sovra-semplificata del suiseki fornita in Occidente è stata ampiamente accettata e diventa la dura realtà, rendendo difficili da accettare per molti nuovi o più avanzati concetti.
Come primo passo per rimediare a questa situazione, il dottor Thomas Elias e sua moglie Hiromi Nakaoji, l'anno scorso hanno pubblicato due innovativi articoli su un aspetto della realtà dell'apprezzamento della pietra in Giappone.

Essi hanno una vasta biblioteca di libri e materiali di riferimento in lingua giapponese sulla materia e, soprattutto, le competenze linguistiche per accedervi.

Essi hanno rivelato le fonti con cui hanno discusso apertamente la manipolazione meccanica delle pietre effettuata non solo per sistemare fondi irregolari, ma per migliorare la forma delle pietre e migliorare il loro aspetto paesaggistico. Essi completarono il loro primo studio che si era basato su testo con un articolo che illustrava una visita ad uno dei principali intagliatori giapponesi di pietra, che ha condiviso con loro il suo laboratorio e mostrato le tecniche che lui aveva usato per migliorare o realizzare completamente un suiseki. Pubblicarono le immagini del suo laboratorio, delle sue macchine e degli esempi di suiseki giapponesi completamente artificiali.
Per la maggior parte dei loro lettori questa rivelazione è stata  uno shock, o una conferma di qualcosa che avevano sospettato a lungo, ma di cui non avevano alcuna prova. Molte persone non potevano credere che in Giappone i suiseki fossero realizzati in modo manifesto. Infatti, è un tema molto delicato anche in Giappone, ma è l'opposto di tutto ciò che è stato detto alle persone in Occidente.
 
 
Covello e Yoshimura definiscono i suiseki nella prima frase del loro libro come:
"I Suiseki sono piccole pietre naturalmente formate ammirate per la loro bellezza e per il loro potere di suggerire una scena dalla natura o un oggetto strettamente associato alla natura".

Ciò è stato ripetuto e riformulato innumerevoli volte, e molti club in Europa e Nord America fermamente credono che se una pietra non è al 100% naturale, allora NON può essere apprezzata come suiseki. Alla luce delle loro prove, tuttavia, Elias e Nakaoji hanno raggiunto la conclusione che l'Occidente ha sbagliato e questa definizione non è corretta. Essi affermano che la produzione di pietre è stata apertamente praticata e accettata in Giappone fin dagli anni '60 e che i suiseki non sono stati definiti come pietre naturali in Giappone.

Purtroppo, una grande quantità di prove del contrario è stato trascurata nel raggiungere questa conclusione, e il risultato è stato un pò scioccante. Ancora una volta, per la maggior parte delle persone in Occidente questo ha rappresentato uno shock e una diretta contraddizione con tutto quello che a loro era stato detto. Mentre alcune persone non sembrano interessate, molti ora sentono che le pietre giapponesi non possono essere credibili. Gli oppositori più decisi affermano ora che i suiseki giapponesi sono una truffa: sono tutti bugie e falsi, e capisco che almeno un club europeo stia considerando di non ammettere pietre giapponesi nelle proprie esposizioni. Adesso essi credono che tutte le pietre giapponesi siano lavorate, e quindi non siano veri suiseki. Le persone sono rimaste confuse e sconvolte, e questa tradizione raffinata è ora criticata in tutto il mondo.

Dire che la realtà dell'apprezzamento della pietra giapponese è stata un po ' mal rappresentata in Occidente è vero, ma dire che questa realtà sia stata apertamente discussa e espressa in modo onesto in Giappone non sarebbe vero.

L'apprezzamento delle pietre in Giappone si è evoluto nel corso di molti secoli e, come ogni tradizione, ha subito diversi cambiamenti e sviluppi per arrivare dove è oggi. In verità, tuttavia, questa evoluzione è lunga e complessa e per articolarla e comprenderla bene richiede materiale sorgente storico  difficilmente accessibile. Anche se i miei sforzi saranno sicuramente brevi, il mio obiettivo qui è quello di fornire una panoramica storica concisa sulla evoluzione dell'apprezzamento delle pietre in Giappone, con particolare attenzione al concetto di "natura". Deve una pietra essere naturale per considerarsi un suiseki? È la natura della pietra in se stessa che noi intendiamo apprezzare, o è il più grande insieme della Natura che intendiamo apprezzare usando le pietre come veicolo ? O entrambe le cose ? O i due concetti sono anche separabili, in primo luogo?     
Nella sua lunga storia, l'apprezzamento delle pietre in Giappone non è mai stata una pratica unitaria e unificata a livello nazionale, con scuole o stili formalizzati che hanno retto alla prova del tempo, come quelli che vedete nella cerimonia del tè o nella disposizione dei fiori. Sebbene l'apprezzamento delle pietre sia menzionato in modo casuale nei racconti e nelle poesie di corte del periodo Heian (794 - 1185), nessun vero trattato sul "percorso" dell'apprezzamento delle pietre è conosciuto in questa antica epoca. La più antica prova fisica dell'apprezzamento di pietra si trova nella pittura, in particolare nei rotoli illustrati del periodo Kamakura (1185-1333).
 
 “Il racconto illustrato del monaco Saigyo
(dettaglio), ca.1260
  I racconti miracolosi delle divinità del Santuario di Kasuga
(dettaglio), 1309
 

Il primo è tratto dall'emaki (opera di narrativa su rotolo,  illustrata e orizzontale, con testi e immagini) Saakiōmonogatari, o "Il racconto illustrato del monaco Saigyo", attribuito a Tosa Tsunetaka (date sconosciute) e creduto datato intorno all'anno 1260.  
Raffigurato nella scena di interesse, non c'è nulla di simile al suiseki contemporaneo, ma piuttosto c'è quello che si chiamava sekidai, o letteralmente "piedistallo di pietra". Si trova all'esterno su una piattaforma elevata, appena fuori dalla veranda in modo che possa essere visto facilmente dall'interno. Stilisticamente è molto più vicino a molte installazioni di rocce bonsai disposte insieme per formare una scena di paesaggio in miniatura, simile al bonkei dei tempi moderni.
 
Forse la pittura più ampiamente conosciuta e pubblicata di tale disposizione è tratta dal Kasuga gongen genki, o "I racconti miracolosi delle divinità del Santuario di Kasuga", completata dal pittore di corte Takashina Takakane (date sconosciute) nel 1309.    
 

Questo è molto simile al precedente, in quanto abbiamo una piattaforma elevata situata appena fuori da una veranda con una disposizione simile al bonkei, a livello degli occhi di coloro che si trovano all'interno. Due differenze notevoli sono che l'allestimento sembra essere posizionato all'interno di un vassoio di legno portatile con le maniglie di trasporto su ciascuna estremità, e cosa più rimarchevole, ci sono due pietre distinte visualizzate accanto a esso. Entrambe le pietre sembrano essere in contenitori di ceramica, una forse in acqua e l'altra in fine ghiaia bianca.    
 
Non è necessario dedicare molto altro tempo su questo, ma altre testimonianze di questo stile all'aperto predecessore del moderno apprezzamento delle pietre possono essere trovate nel rotolo Bokie o  "La storia of Kakunyo", del 1351.
“La storia di Kakunyo” (dettaglio), 1351
Qui possiamo vedere sia un arrangiamento simile ad un bonkei trasportabile che una singola pietra in un contenitore di ceramica. Questa volta si noti che essi sono sulla veranda piuttosto che in giardino su un piedistallo sollevato. Vediamo qui un leggero movimento verso lo spostamente al chiuso delle pietre, ma purtroppo non si conosce l'esistenza verificabile di pietre risalenti a questo periodo del Giappone medioevale.      

È interessante però un trattato di metà del XIV secolo sul bonseki del monaco Zen Kokan Shiren, della scuola Rinzai (1278-1347). Questo testo è ampiamente  celebrato come uno dei primi e più rivelatori riguardo l'apprezzamento delle pietre nella storia giapponese (la maggior parte si può trovare in inglese online). Egli non afferma chiaramente se ha apprezzato le pietre in casa, ma ciò che è interessante è che esplicitamente egli afferma di aver posto pietre in vassoi di celadon con la sabbia bianca in basso, come descritto nel Kasuga gongen genki e Bokie, che sono stati completati nello stesso periodo  in cui Shiren stava scrivendo.   

     
Pietre esposte in vassoi di celadon
Questa è la prima descrizione delle pietre apprezzate in e per se stesse, non come parte di un allestimento seki-dai con rocce  o altri simili arrangiamenti. Il testo è affascinante e merita uno studio dettagliato, ma i due punti chiave per i nostri scopi sono:
1) Shiren afferma di aver usato i bambini per raccogliere le sue pietre, quindi possiamo supporre che abbia apprezzato pietre prese direttamente dalla natura: "Così ho utilizzato i bambini per raccogliere pietre nell'angolo del muro. Le ho spazzolate e le ho lavate, preparando un vassoio di celadon verde con sabbia bianca sul fondo. Il risultato era poesia che avrebbe illuminato il tuo cuore. Il paesaggio ha dato una freschezza all'aria ed ha smarrito il cuore ".
2) nella descrizione che segue la voce di cui sopra, egli esalta le virtù del bonseki come egli lo pratica, ma non una volta discute le pietre stesse: "Queste pietre allora, solo un paio di centimetri di altezza, e questo vassoio approssimativamente un piede di fronte, non sono niente di meno di un'isola montuosa che sorge dal mare! Le vette di giada verde penetrano le nuvole e sono circondate da loro. Una barriera blu-verde, immersa nell'acqua, emerge diritta. Ci sono grotte come se fossero state scavate nelle pareti a strapiombo per nascondere santi e immortali. Sufficienti approdi  e striscie di terra abbastanza lunghi per i pescatori. I sentieri e le strade sono stretti e limitati, ma i boscaioli  possono passare sopra di loro. Ci sono lagune abbastanza profonde e scure da nascondere i draghi."

Il suo punto focale è interamente sull'esperienza visiva e sul processo immaginativo che sta dietro. Si tratta della bellezza della natura e del potere di una semplice pietra di trasportare lo spettatore in un altro mondo. Da nessuna parte discute le minuzie delle pietre stesse, o si concentra sul fatto che le pietre devono essere naturali. In questo senso, non è "l'apprezzamento delle pietre" di per se stesse. Egli non sta contemplando le forze della natura che hanno modellato la pietra, o ammirando le loro caratteristiche geologiche. È, d'altra parte,  una porta di ingresso verso una idealizzata, terra naturale che è parte realtà e parte fantasia. È un atto di evasione dalle fatiche della vita quotidiana, in un luogo dove la mente è libera di esplorare le proprie profondità. È un esercizio spirituale con echi della prospettiva cosmica che pervade il pensiero buddista.    

Le scritture di Shiren sul tema continueranno a forgiare il modo in cui i bonseki verranno praticati per le generazioni a venire ed uno dei prossimi grandi scritti sull'argomento noti a noi oggi arriverà circa 100 anni dopo.
Il Setsuyōshū è un dizionario compilato tra il 1444 e il 1474 dai monaci Zen della scuola Rinzai del tempio Ken'ninji a Kyoto. Esso comprende una voce chiamata Bonsan jittoku, o "Dieci virtù del Bonsan", definite come segue :
Arricchisce lo spirito e prolunga la felicità.
Rilassa gli occhi e allevia l'affaticamento.
Pulisce e purifica il cuore.
Puoi sentire le stagioni negli alberi e nell'erba.
Puoi guardare le grandi viste senza viaggiare lontano.
È possibile entrare nelle grotte senza spostarsi.
È possibile guardare il mare senza visitarlo.
È possibile sfuggire al caldo dell'estate e sentirsi fresco.
Anche se passano anni non ti senti invecchiare.
Una persona che ama questo sa di non sbagliare.
Il riferimento ad alberi ed erba in questa voce implica che il bonsan, come si usa qui, si riferisce di più agli arrangiamenti di bonsai e pietre, come nei sekidai  precedentemente illustrati. L'uso intercambiabile dei termini bonseki e bonsan nel corso degli anni ha causato molta confusione, ma erano strettamente legati e in gran parte approcciati allo stesso modo. Degno di nota per i nostri scopi è che ancora, in questa scrittura Zen, non esiste alcuna discussione sul fatto che le pietre stesse debbano essere o no naturali. Il testo riguarda i benefici fisici e spirituali di apprezzare il bonsan e sviluppa il concetto della bellezza del mondo naturale che può essere individuata in esso.
È interessante notare che la paternità del Bonsan jittoku è attribuita al poeta della dinastia Tang Bai Juyi (722-846), noto per il suo amore per le pietre cinesi Taihu. Come sottolinea lo storico Marushima Hideo, tuttavia, il Bonsan jittoku fece una comparsa improvvisa in Giappone a quel tempo e, non avendo precedenti nella documentazione cinese, si pensa che l'attribuzione sia stata inventata dall'autore giapponese, probabilmente in un tentativo di aumentarne la rilevanza in materia. Considerando la fama di Bai Juyi come collezionista e conoscitore di pietre, il riferimento a lui indica che in Giappone c'era una certa consapevolezza della tradizione cinese riguardo le pietre e non è un caso che si usasse il nome di una celebre figura storica cinese, quando l'elite guerriera idolatrava tutti gli aspetti visibili e concreti della cultura cinese.
In realtà, è in questo periodo che appaiono le prime testimonianze di pietre chiaramente valorizzate all'interno. I Bonseki potevano trovarsi nelle sale del tè e negli ambienti abitati dal ricco daimyo. La documentazione di pietre in questo contesto assume un tono leggermente diverso e si sposta verso oggetti eleganti e particolarmente pregiati, in particolare quelli creduti essere di origine cinese. Un particolare lavoro che illustra bene il loro posto nel mondo dell'elite militare del periodo Muromachi è il Kundaikan sōchōki.

Sebbene l'opera sia attribuita a Nōami (1397-1471) e al nipote Sōami (? -1525), esistono numerose copie ed avendo ognuna differenze tra testo e illustrazione è difficile identificare quale sia stata l'originale e esattamente chi fu il suo primo autore. Ancora, non vi è dubbio che abbia avuto origine nei primi anni del XVI secolo, e offre un dettagliato sguardo sul modo in cui gli oggetti più stimati delle collezioni del daimyo fossero mostrati e apprezzati.

Kundaikan sōchōki (inizio 16°secolo)

Il rotolo è suddiviso in tre sezioni: nomi di pittori cinesi e valutazioni di dipinti portati dalla Cina, spiegazioni e metodologie per la decorazione delle stanze e valutazioni e stime di altri oggetti portati dalla Cina, soprattutto ceramiche, lacche e bronzi . A causa delle numerose copie esistenti, si ritiene che il lavoro fosse ragionevolmente diffuso e non solo sia un testo importante per descrivere come decorare lo spazio formale, ma anche come una guida per intenditori che ragguagliava i suoi lettori su ciò che si riteneva essere conveniente o prezioso nell'ambito dei beni artistici e di lusso importati. I Bonseki sono presenti in ogni esempio noto di questo rotolo, alcuni dei quali sembrano essere poco più di schizzi approssimativi.

Mon’ami kadensho (16° secolo)
Sicuramente, considerando il pubblico di elite a cui questi rotoli erano destinati, furono inseriti e valutati solo i migliori materiali, ed essi illustrano anche le tendenze in termini di tipologie di artisti o di oggetti decorativi che erano popolari al momento.
È qui per la prima volta nella storia giapponese che vediamo pietre singole essere oggettivate e apprezzate non per la loro innata capacità di fornire benefici spirituali e fughe nel mondo naturale, ma per la loro origine e il loro valore come oggetti d'arte importati. Infatti, due delle pietre più celebrate che restano di quel tempo si dicono che siano di origine cinese e riflettono il cambiamento nell'apprezzamento delle pietra che stava avvenendo allora.
Il primo è il bonseki Yume no Ukihashi, o "Ponte fluttuante dei sogni", attualmente ospitato nel Museo Tokugawa di Nagoya. Si dice che sia stato posseduto dall'imperatore Godaigo (1288-1339) alla fine del periodo Kamakura, anche se gli studiosi e gli storici dubitano di questa storia leggendaria. Tuttavia, il  vassoio di bronzo della dinastia Ming e il display sulla ghiaia bianca riflettono i gusti della cultura Higashiyama per i meibutsu illustrati nel Kundaikan sōchōki, e potremmo facilmente immaginarla visualizzata in quel contesto, come nel rotolo illustrato a mano del periodo Muromachi, Shūhanron, attribuito a Kanō Motonobu (1476-1559) nel XVI secolo. Ciò che è importante notare è che la pietra si dice che sia di origine cinese, in particolare proveniente da una montagna nella provincia di Jiangsu, sulla cui rilevanza torneremo più tardi.
 
Yume no Ukihashi – “Ponte fluttuante dei sogni”   Shūhanron (16° secolo)
Un'altra pietra importante di questo periodo è il bonseki Sue no Matsuyama, "La Montagna del Pino Eterno", attualmente ospitato nel tempio Nishi Honganji a Kyoto. Come per la precedente pietra, anche questa ha una lunga storia la cui origine non deve essere discussa qui, ma è certo che la sua storia nel tempio di Nishi Honganji inizia nel 1553. Si dice anche che sia di origine cinese, presumibilmente dal  tempio Jingshansi nella provincia di Zhejiang.
Sue no Matsuyama – “La Montagna del Pino Eterno”
Anche se dalla Cina, entrambe queste pietre sarebbero state amate e venerate come rarità importate dal continente, e quindi valutate in modo diverso dal modo in cui le pietre naturali ammirate dai monaci Zen discusse in precedenza sono state apprezzate. In realtà, è in questo momento che per la prima volta  incontriamo il fenomeno di dare alle pietre nomi poetici dalla letteratura giapponese. Esse furono accuratamente conservate in scatole, e documentate in modo accurato nei registri  delle riunioni per le cerimonie del tè. Queste pietre importate erano così curate che il signore della guerra Oda Nobunaga (1534-1582) aveva uno spazio dedicato per loro nel suo castello sopra Azuchiyama, di cui, anche se ormai perduto, conosciamo le sale da documenti architettonici. L'apprezzamento del bonseki era cambiato, da quello contemplativo incentrato sulla Natura alla sua venerazione come prezioso oggetto di importazione, con preziose e storiche origini. Inoltre, sappiamo che nella pratica cinese le pietre sono apertamente alterate e lavorate per migliorare il loro aspetto.

Nel Giappone moderno, con l'enfasi posta sul dubbio che una pietra sia naturale o meno, è diventato impossibile discutere delle alterazioni potenzialmente fatte a pietre storicamente importanti. È considerato quasi scortese o insultante per la pietra suggerire che esse non siano naturali. Pertanto, ciò che segue può non essere ben accetto da parte di molte persone in Giappone, ma è tempo di affrontare i fatti. Entrambe queste pietre sono state esposte alla mostra Meihinten della Nippon Suiseki Association e entrambe sono state attentamente esaminate dai funzionari e dagli editori della NSA. Le persone che le hanno esaminate durante la preparazione delle mostre hanno riferito che entrambe le pietre mostrano segni di essere state lavorate. Sappiamo che la modifica delle pietre è sempre stata una  pratica comune in Cina e sappiamo anche che la letteratura giapponese sul bonseki fino a quel momento non si preoccupava del fatto che una pietra fosse o meno naturale. Il contesto storico avrebbe sicuramente consentito di lavorare le pietre, e le fonti affidabili nella comunità delle pietre che le hanno esaminate riscontrano questo. Infatti, i lettori ambiziosi ora hanno la possibilità di farsi almeno un personale parere parziale, in quanto Sue no Matsuyama è attualmente in esposizione presso il Museo Nazionale di Tokyo di Ueno, nella mostra sulla cerimonia del tè (fino al 4 giugno 2017).

La pietra ha una patina diversa da qualsiasi altra e viene visualizzata nel vassoio di bronzo sahari che da sempre la accompagna. Io vorrei Incoraggiare tutti voi ad andare a vedere questa pietra. Guarda il suo bordo inferiore e il divario tra la pietra e il vassoio e valuta da solo se pensi che la base della pietra sia stata lavorata. E poi, passo indietro e guardala nel suo insieme ancora una volta. Guarda il paesaggio che rappresenta, immagina i secoli di storia che ha visto per acquisire la sua eccezionale patina ed i personaggi storici dell'aristocrazia che l'hanno ammirata. Esplora le allusioni letterarie contenute nel suo nome e considera il contesto culturale in cui esso è nato. È importante se il fondo sia stato lavorato? Questo danneggia il suo potenziale per ispirare e commuovere i suoi spettatori? Per le pesone era completamente irrilevante allora, e non ci dovrebbe importare neanche adesso.
I Bonseki hanno continuato ad evolversi per tutto il periodo Edo e molte delle pietre rimaste di questo periodo dimostrano chiaramente che sono state alterate o addirittura completamente lavorate.    
Uno degli più importanti  arbitri del gusto nel primo periodo Edo (1615-1868) era Kobori Enshu (1579-1647).Era un architetto, un designer di giardini, un famoso artista e maestro di composizione di fiori e maestro della cerimonia del tè del terzo shogun Tokugawa,  creatore della propria scuola del tè e un appassionato e praticante del bonseki. Un certo numero di pietre appartenute a lui rimangono ancora oggi, e  il guardarle da vicino rivela molto sulla pratica bonseki del tempo. Diamo una prima occhiata alla pietra chiamata Hatsukari o "La prima oca", attualmente ospitata nel  Tokugawa Art Museum.
Hatsukari – “La prima oca”
Si dice che sia proveniente dal fiume Kamo in Kyoto ed ha una morbida forma di montagna con due picchi sovrapposti. Il suo nome, che è un termine poetico che si riferisce alla prima oca che si vede volare a sud in autunno,  chiaramente deriva dal disegno chiaro a forma di uccello visibile a destra.Per molti anni ci è stato detto che nella pratica giapponese le pietre devono essere naturali, quindi cosa si dovrebbe pensare quando si incontra questo bonseki storicamente importante? Quando gli fu chiesto, un esperto del settore disse una volta: "Sì, questa pietra è naturale al 100%. È incredibile come la natura possa creare tali cose." Per favore, guarda da solo. Pensi che questa pietra sia naturale? Quello tenuto in considerazione, nella pratica bonseki di Enshu, erano le forze geologiche della natura che hanno modellato la pietra che avevano importanza, o è stata la capacità di una pietra di alludere poeticamente alla natura e ispirare gli spettatori?
Un'altra pietra posseduta da  Kobori Enshu era il bonseki Rafuzan, o "Monte Luofu", chiamato alla maniera del picco sacro nella provincia cinese di Guangdong.
Rafuzan – “Monte Luofu”
 
Questa pietra è conservata nel Nezu Museum ed è spesso mostrata su un vassoio sahari come Sue no Matsuyama. Si dice che sia di origine cinese, e uno sguardo ravvicinato alla sua forma e texture rivela una superficie che è così liscia che luccica, quasi come se fosse stata fortemente lucidata. È questa una pietra naturale? In tempi moderni, i suiseki sono stati definiti come pietre naturali, ma questa definizione moderna non si applica ai bonseki del XVII secolo. In alcuni casi i pareri sono così decisi che è considerato scortese suggerire che una pietra potrebbe non essere naturale, ma è semplicemente irrilevante nel caso di pietre storiche come questa. Da nessuna parte, nella letteratura del tempo o tra le pietre che rimangono da allora, possiamo trovare prove che lo stato naturale di una pietra era di fondamentale importanza. Infatti, l'esame delle pietre di questo periodo che sono state chiaramente manipolate rivela che la questione era irrilevante anche ai più alti livelli di pratica, come rappresentato da Enshu, che istruiva lo shogunato Tokugawa nella cerimonia del tè.
 
 

Poco più di 100 anni dopo l'epoca di Enshu, nel quarto mese del 1772 furono pubblicati a Kyoto i due volumi del Bonsan higon, o "Comunicazioni segrete sul Bonsan", che offriva linee guida ed istruzioni agli appassionati di bonseki.

Si dice che contenga informazioni trasmesse da Hasegawa Genzaburo (date sconosciute), che era vicino ai potenti leader militari dei periodi di Muromachi e Azuchi/Momoyama, che amavano i bonseki come parte delle loro collezioni di meibutsu.

In esso si afferma che le pietre a forma di Monte Fuji vanno considerate le migliori, e dà dimensioni specifiche per le pietre, sottolineando che esse dovrebbero idealmente essere naturali, riferendosi a quelle alterate come "pietre morte". Questa è una delle prime menzioni conosciute nella letteratura giapponese che esplicitamente afferma che il bonseki dovrebbe essere naturale.










A sinistra :Bonsan higon – “Segrete comunicazioni  sul Bonsan"
   

 
Tuttavia, rimangono innumerevoli bonseki dal periodo Edo con forme perfettamente levigate che ricordano montagne e non sembrano niente di meno che sculture. Alcuni sono formati in modo da sfruttare le striature minerali naturali nella pietra per ricordare le nuvole o la neve che rimane sulle vette.
Bonseki del periodo Edo
 
Alcuni sembrano del tutto fatti, come gli esempi di Kobori Enshu e la pietra sopra, mentre alcuni mostrano solo segni parziali di essere stati alterati, come il bonseki esposto alla  Convention di Saitama Koharu Fuji o "Little Spring Fuji".
Koharu Fuji  - "Little Spring Fuji"
 
Il rotolo che l'accompagna rappresenta il dipinto della pietra realizzato da Yoshida Hakuma (1720-1786), un poeta di haiku e seguace dello stile di Matsuo Basho, ed è datato il secondo anno dell'era di Tenmei (1782).
Il rotolo che accompagna Koharu Fuji, di Yoshida Hakuna, 1782
 
Questa pietra ed il rotolo sono importanti pezzi a testimonianza della cultura del tempo. Un certo numero di poesie che descrivono la pietra sono rappresentate nel rotolo, alcune usando la parola bonseki, alcune bonsan e altre Fuji ishi. Possiamo vedere qui che tali parole erano utilizzate più o meno in modo intercambiabile a quell'epoca e uno sguardo al fondo della pietra chiaramente rivela che è stato leggermente lavorato in alcuni punti in modo che essa possa appoggiarsi in modo appropriato.

Le prove fisiche di questo periodo mostrano chiaramente che, anche a livelli più alti di pratica, la questione  che una pietra fosse naturale non era la prima nè la  più importante. È chiaro che in questo periodo, ciò che è più importante è il potere allusivo della pietra - la sua bellezza e la sua somiglianza con una montagna idealizzata, la sua capacità di evocare la poesia negli spettatori e suscitare una certa memoria culturale. A quel tempo i Bonseki non erano apprezzati per essere pietre naturalmente formate. Il fascino non era per le pietre in se stesse come meraviglie naturali, ma piuttosto per la loro capacità di alludere a scene naturali e anche a luoghi specifici, come il Monte Fuji o le montagne sacre in Cina che la gente avrebbe conosciuto solo dalla poesia importata o dalla pittura.
La definizione nel  Bonsan higon delle pietre lavorate come "pietre morte", tuttavia, non rispecchia chiaramente la pratica reale, ma piuttosto le idee dell'autore (la cui pretesa di trasmettere informazioni dal periodo Muromachi è immediatamente discutibile a causa di dichiarazioni come "le pietre con la  forma del monte Fuji sono le migliori " - un'idea che certamente non era nelle menti di coloro che ammiravano le pietre cinesi importate, o le denominarono alla maniera delle montagne cinesi). Piuttosto, questa idea sembra riflettere un nuovo emergente interesse verso le pietre come oggetti naturali.
Questa nuova prospettiva sulle pietre come curiosità naturali emerse alla fine del XVIII secolo e avrebbe cambiato l'apprezzamento delle pietre in molti modi. Nel 1773, solo un anno dopo la pubblicazione del Bonsan higon, questa nuova prospettiva trovò espressione nel Unkon shi, o "Manuale sulla Pietra".

Unkon shi -  "Manuale sulla Pietra".
 
Anche se c'erano precedenti cinesi, questo è stato il primo catalogo sulle pietre del Giappone, ed è chiaro che il suo autore, Kinouchi Sekitei (1724-1808), era interessato a una varietà di pietre, ma non particolarmente ai bonseki tradizionali.
Il libro è quasi interamente basato sul testo, e documenta le pietre che Sekitei aveva visto o collezionato durante molti anni di viaggio nel paese. Il suo commento inizia coerentemente con le descrizioni delle origini geografiche di ogni esemplare, e include dettagli sulle forme, i colori, le texture e sulla durezza delle pietre, talvolta persino con un approccio pragmatico, discutendo l'utilità delle pietre nella creazione o nella costruzione di strumenti. Occasionalmente egli menziona anche persone che incontrò lungo i percorsi nei suoi viaggi che potevano essere consultati se il lettore avesse voluto visitare questi luoghi e indagare sulle rocce stesse..
 
C'è solo un passaggio molto breve sul bonseki,  dove si specifica che furono tesori in epoca antica, anche se nel Medioevo erano andati fuori moda, e che solo negli ultimi anni erano stati rivisitati. Cita alcuni esempi ben noti, ma per i nostri scopi sono interessanti i seguenti commenti:
"Le dimensioni delle pietre sono fisse e quelle con neve sulle cime, o con valli, cascate, grotte, pianori, scogliere e passaggi naturali, sono considerate le migliori. Nel tempio Raigoji a Sakamoto, provincia di Omi, c'è una pietra chiamata Kusen hakkai, o "Nove montagne, otto mari". È più grande della maggior parte dei bonsan. [...] Non esiste un luogo specifico in cui i bonseki vengono collezionati ".

Alla fine della sua definizione e descrizione, egli riconosce la necessità di un discorso distinto sul bonseki e sul suo display, ma non lo sviluppa ulteriormente (nota che usa entrambe le parole bonsan e bonseki nel passaggio precedente). Il suo commento che le pietre con le caratteristiche "naturali" siano migliori è coerente sia con la sua stessa pratica sia con il Bonsan higon, ma è chiaro dal suo breve trattamento dell’argomento che esso non era di particolare interesse per lui. Sekitei era interessato alle pietre naturali in vari modi, ma la sua mancanza di interesse per i bonseki era causata dal fatto che molti NON erano naturali ?


Il suo interesse era per i kiseki, che potrebbero essere considerati come pietre "strane", "stravaganti" o "uniche". Questo era una nuova evoluzione in Giappone per l'epoca.  Le illustrazioni nel suo libro sono a volte come quelle che ci si aspetterebbe di trovare in studi di scienze naturali: rappresentazioni dettagliate e realistiche.
Ritratto del "maestro di pietre" Sekitei
   
Schizzo di un esemplare di calcedonio dalla collezione di Sekitei
Ma rivelano anche l'influenza del libro cinese Suyuan shipu, che fu pubblicato per la prima volta nel 1613, ed è noto per essere presente nella collezione del bibliofilo Kimura Kenkadō (1736-1802), un amico stretto di Sekitei. Qui abbiamo per la prima volta nei documenti giapponesi esempi di pietre naturali a forma di personaggio, come la cosiddetta "Pietra di figura buddista" che si può vedere in una valle vicino al Monte Fuji, che è notevolmente simile nella sua realizzazione alla "Pietra del Bodhisattva" del Suyuan shipu.
"Pietra del Boshisattva”
dal Unkon shi          
(a sinistra )
 
"Pietra di figura Buddista”
  dal Suyuan shipu  
(a destra)
Anche qui si trovano pietre disegnate, forse per la prima volta nella documentazione giapponese. Il Suyuan shipu  illustrava numerose piccole pietre con disegni interessanti e Sekitei fece lo stesso nel suo libro, seguendo un formato molto simile.
 
 
Pietre disegnate dal
Unkon shi
 
Pietre disegnate dal
Suyuan shipu
Pietre personaggio e pietre disegnate sono adesso comunemente apprezzate nel mondo del suiseki, ma non è stato sempre così. Il lavoro di Sekitei  alla fine del sec. XVIII  è  il primo documento dove esse compaiono e il suo interesse per le pietre naturali avrebbe avuto un impatto profondo sul modo in cui le pietre sarebbero state apprezzate in Giappone. Il Kiseki a questo punto si distinse come un fenomeno separato dal bonseki e il modo in cui i termini furono definiti avrebbero continuato ad evolversi, molto tempo prima che la parola "suiseki" apparisse anche nel mondo dell'apprezzamento giapponese delle pietre.
Nel 1910 ( Meiji 43 ) fu pubblicato il primo numero di "Koseki shi". Questo è stato il primo periodico del Giappone dedicato all'apprezzamento delle pietre, e la sua attenzione era fortemente incentrata sui kiseki apprezzati da Sekitei. Nel primo numero, furono chiaramente definiti i sei diversi tipi di kiseki:
Kaiseki : pietre ispirate ai Letterati come le pietre Lingbi, Taihu e Ying che vengono visualizzate in tokonoma. [Quelle che oggi potremmo chiamare Pietre cinesi dello studioso.]
Tenseki : Pietre utilizzate per allestimenti di rocce e bonsai.
Suiseki : Pietre che possono essere posizionate in un suiban.
Bonseki : Pietre utilizzate con disegni o forme realizzate con ciottoli e sabbia posizionate in vassoi di lacca.
Ten'nen kiseki : pietre naturali uniche che assomigliano a paesaggi, figure, sculture buddiste, animali, e così via.
Kaseki : oggetti della natura che si sono trasformate in pietra. [Fossili]
Questo è interessante per una serie di motivi.
Il termine  Bonseki, una volta usato intercambiabilmente con  bonsan per fare riferimento in gran parte a pietre a forma di montagna, visualizzate in vassoi in ceramica o in bronzo, ora si riferisce chiaramente a pietre utilizzate in vassoi di lacca nera con disegni realizzati con sabbia bianca, come vediamo oggi.
 
Moderno display bonseki della scuola Hosokawa
Il termine Suiseki è qui stampato in una delle sue prime volte nel suo uso moderno, ed è chiaramente un'abbreviazione per "suiban seki", o pietre esposte in suiban. Ciò avrebbe probabilmente incluso i bonseki storici Yume no ukihashi e Sue no Matsuyama che sono stati illustrati in precedenza. Gli esempi pubblicati intorno a quel periodo definiti come "suiseki" mostrano che il significato della parola potrebbe non essere stato universalmente concordato, come oggi certamente noi vorremmo considerare questa particolare esposizione più prossima al bonkei.

Il requisito di essere naturale, per una pietra, è sottolineato solo nella definizione di kiseki, fortemente rinforzato  dal nome  ten'nen kiseki o "kiseki naturale". Questa definizione sembra molto simile alla definizione che ascoltiamo  oggi per il suiseki.  A questo punto, tuttavia, uno dei punti più forti di contrasto è che i kiseki furono largamente esposti con il  daiza, al contrario dei suiseki, che erano visualizzati nei suiban. Un altro punto è che le pietre personaggio erano incluse e riconosciute come tipi particolari di kiseki, ma non sono presenti nella definizione o in nessuna illustrazione di suiseki.






  “Suiseki” dall'album fotografico  Kenshun’en Bonsai di Yamaoka Sentaro, 1918
 
 
Mentre le definizioni qui sono chiaramente distinte, esse continueranno  a fondersi in vari modi, andando avanti. Le basi per una nuova definizione di suiseki furono stabilite nel 1934, con la pubblicazione di "Una discussione sul  Suiseki" di Chubachi Yoshiaki.
Egli fu considerato come la più grande autorità in materia all'inizio del 20° secolo e pubblicò spesso sulla rivista "Bonsai", edita dal grande maestro bonsai che ha avviato le esposizioni Kokufu, Kobayashi Norio.
Come parte del suo discorso, Chubachi confronta e contrappone bonseki e suiseki, nel tentativo di chiarire come si differenziano l'uno dall'altro. Dice chiaramente che sono difficili da separare completamente, poiché entrambi sono visualizzati in tokonoma o nello zashiki come arti che ricreano la bellezza della natura.

Nella sua valutazione del bonseki, egli osserva che esso ha una storia lunga e venerata, con varie scuole diverse che avevano regole ben definite. Egli dice che quando è di fronte ad un display bonseki, lo spettatore certamente avverte che è bello, ma guardando per lungo tempo certamente si allontanerà dalla vera bellezza della natura, in direzione di una bellezza più idealizzata. Esso è più letterale ed esplicito, un tentativo verso una "vera" rappresentazione della scena desiderata, e le pietre sono spesso fabbricate per rappresentare questo scenario idealizzato. Egli paragona i bonseki a dipinti di paesaggi riccamente colorati, che possono essere bellissimi, ma mancano di una certa profondità in termini di rivelazione della vera bellezza della natura.

Al contrario, per Chubachi i suiseki sono più simili a dipinti in inchiostro monocromatici. Sono figurativi e impliciti e hanno un "vuoto"  intorno a loro che lascia più aperta all'interpretazione e quindi essi hanno una maggiore profondità in termini di rappresentazione della vera bellezza della natura. Egli osserva inoltre che esso ha una storia molto giovane, senza scuole stabilite o regole fisse, ma NON  fu affermato che fosse un passatempo completamente libero per farne comunque un piacere.
Egli afferma: "Il Bonseki è un'espressione realistica di un scenario paesaggistico naturale che si avvicina all'idealismo, mentre il suiseki utilizza una parte della natura stessa (una pietra naturale non lavorata) per esprimere uno scenario paesaggistico naturale “.
Egli afferma ripetutamente e in molti modi diversi che i suiseki DEVONO essere pietre del tutto naturali e che nessuna alterazione umana è accettabile. Se il fondo o la parte posteriore di una pietra sono stati alterati o se una parte di una pietra più grande, con una forma ideale, è stata rimossa per essere apprezzata  da sola,  allora non potrebbe essere un suiseki, a suo avviso. Egli stava cercando di creare qualcosa di nuovo e di distinguerlo dai bonseki del passato.

Scritto solo 25 anni dopo che il Koseki shi aveva fornito delle definizioni di base per molti tipi di pietre di visualizzazione, Chubachi rilasciò opinioni che sono andate molto oltre. Mentre il Koseki shi era incentrato principalmente sui ten’nen kiseki, essendo tutte pietre naturali, Chubachi rimuove la parola kiseki dalla sua discussione, usando il termine in un solo paragrafo per descrivere le pietre cinesi ammirate dai letterati nell'epoca pre-moderna. È evidente dalle illustrazioni nel suo libro che egli ascrisse il ten’nen kiseki nella sua definizione di suiseki e ora, per la prima volta in stampa e accessibile ad un vasto pubblico, egli sottolineò ripetutamente e senza compromessi che le pietre DEVONO essere del tutto naturali per essere considerate suiseki. È interessante anche notare che, mentre la sua definizione di "suiseki" è ancora "pietre esposte in suiban", le sue illustrazioni comprendono molte pietre su daiza che sarebbero state precedentemente definite come kiseki, ma sono ora, ignorando la contraddizione linguistica , incluse in una discussione sul suiseki.

Murata Kenji, che aiutò da pioniere il boom delle pietre degli anni Sessanta e Settanta, ha ripetuto questa definizione nella sua pubblicazione del 1959 "Bonsai Pots and Suiseki".

Infatti, come autore relativamente nuovo, egli citava Chubachi direttamente in molti passaggi per garantire  l'autorità della definizione, come se fosse stata tramandata da un vecchio maestro. Egli ripete l'insistente affermazione di Chubachi che i suiseki devono essere pietre naturali, ma va addirittura più avanti espandendo la definizione di Chubachi.  Murata è il primo ad includere l'idea di apprezzare i suiseki per i loro disegni o per i colori, e in particolare porta l'esempio delle pietre crisantemo della Neo Valley nella prefettura di Gifu e pietre Akadama dell'isola di Sado. Include anche quello che era stato precedentemente etichettato come kiseki come una sottocategoria del suiseki e porta anche le pietre visualizzate su daiza sotto l'ombrello del suiseki.
 

Questo libro è stato ristampato almeno sei volte e non solo la sezione suiseki è stata ampliata nelle edizioni successive, ma è stata anche pubblicata separatamente come opuscolo individuale per una distribuzione ancora più ampia. Questa pubblicazione fu uno dei catalizzatori del boom delle pietre degli anni Sessanta e Settanta, e ha influenzato le future pubblicazioni per molti anni a venire.
                                                                                                                                                 
                                                                                                                                                   Vasi Bonsai e Suiseki, di  Murata Kenji, 1959 ---->

 
 
 Grafico sulla classificazione delle pietre di osservazione di Murata Kenji (1959). Questo modifica l'uso precedentemente conosciuto della  parola "suiseki"
per assumere il significato più ampio di "pietre eleganti" (Gaseki), che comprendeva pietre su suiban, pietre  su daiza e kiseki (qui definite soprattutto come pietre figura).
Tuttavia, c'era una certa realtà che non poteva più essere negata. Sia Chubachi che Murata insistevano che i suiseki sono pietre del tutto naturali, forse come un modo per differenziare il nuovo hobby dal bonseki tradizionale. Ma in verità, il Giappone aveva già una tradizione di centinaia di anni di miglioramento delle pietre per esaltarne le qualità naturali, o addirittura perfezionare la loro forma. Esempi di tutti i tipi di pietre rimangono prima del loro tempo, sia completamente naturali che completamente realizzate, ed in mezzo un vasto spettro di pietre parzialmente lavorate. Nessuna invenzione di nuove regole nel 20esimo secolo potrebbe eliminare questo, nonostante gli sforzi per ignorarlo.

Al contrario, gli intagliatori di pietre divennero maggiormente consapevoli di dovere rendere il loro lavoro più "naturale", e iniziarono a sforzarsi di eliminare le tracce della mano dell'uomo. Un attento esame dei primi bonseki rivela che in passato questo aspetto non era una preoccupazione,  se spesso i segni di scalpello e di rotture erano spesso visibili, ma ora le regole erano cambiate. A causa di questa nuova mentalità, parlare apertamente che le pietre fossero state lavorate o no divenne un  tabù, e il soggetto fu del tutto ignorato. Ora è scortese discuterne, e una politica non ufficiale "non chiedere, non dire" ha preso forma. Molto denaro era ora coinvolto e le pietre lavorate erano considerate meno importanti delle pietre naturali in questa serie di regole appena inventate.

Mentre il boom delle pietre prendeva slancio, furono pubblicate innumerevoli guide sui luoghi in cui si potevano raccogliere pietre, e le persone si affollarono sui fiumi e sulle montagne in cerca di pietre che sarebbero potute essere ammirate come suiseki. Bisogna comunque dire che, mentre la domanda aumentava, la fornitura di pietre di qualità era solo destinata a diminuire. Fu in questo periodo che emersero commercianti di suiseki a pieno titolo. Durante i periodi Meiji, Taisho e inizio Showa, i suiseki erano trattati principalmente dai giardini bonsai e, come sappiamo, i professionisti del bonsai fanno e creano cose per vivere. Trovandosi in affari per creare oggetti belli, non dovrebbe sorprendere che ci fosse poca obiezione da parte loro a lavoravare una pietra per migliorare la sua bellezza. I giardini dei Bonsai avevano sempre venduto pietre naturali e lavorate, anche se ora con queste nuove regole era impossibile parlare apertamente. Se guardi i cataloghi delle esposizioni del tempo, puoi vedere che ci sono un gran numero di pietre naturali in suiban (la definizione di suiseki di Chubachi), ma troverai anche pietre probabilmente non del tutto naturali. Eppure tutte queste cose erano ora etichettate come suiseki, sia naturali che non (Chubachi avrebbe considerato le pietre lavorate bonseki, non suiseki). Dal momento che divenne chiaro che non c'era modo di negare il fatto che pietre tagliate e addirittura lavorate erano state mostrate nelle prime mostre di suiseki del Giappone, la questione doveva essere affrontata. Infatti, la rivista Juseki, della casa editrice principale sul  suiseki del tempo (posseduta e gestita dalla famiglia Murata), pubblicava apertamente e approvava "le macchine per la finitura del suiseki", fornite di entrambe le spazzole per la modifica e per la lucidatura della superficie delle pietre.

"Sulla macchina per la finitura dei Suiseki" (opuscolo promozionale del 1960), approvato dalla rivista Juseki e dall'International Meiseki Club

 
 

Alla luce della realtà degli standard nelle esposizioni, della domanda del mercato e del contenuto delle proprie pubblicazioni, era impossibile fingere più a lungo che i suiseki fossero solo pietre naturali. Nel tentativo di affrontare e lasciare spazio all'accettazione della vecchia pratica di lavorare le pietre in Giappone, nel 1969, circa dieci anni dopo la dichiarazione che il suiseki deve essere naturale, Murata Keiji (figlio di Murata Kenji) scrisse quanto segue nell'ultimo libro di Juseki , l’Enciclopedia per l'hobby del Suiseki :


"Idealmente i suiseki sono pietre naturali, ma ci sono casi in cui una certa quantità di lavoro è permesso. [...] Non si deve manipolare la forma della pietra stessa, ma si potrebbe tagliare il fondo, o molare e ingentilire alcuni punti. A seconda della portata del lavoro fatto, tali pietre dovrebbero essere apprezzate come suiseki. Non importa come lo penso, però, non credo che le pietre con forme completamente realizzate siano suiseki ".


Il tono qui è molto più  di accettazione delle pietre non naturali di quanto sia stato dieci anni prima. Egli definisce anche i suiseki in modo molto diverso, ampliando ulteriormente la loro portata.

<---- Enciclopedia per l'hobby del Suiseki, di Murata Keij, 1969

 
 
Grafico che illustra varie tipologie di pietre che si sono influenzate l'un l'altra e si sono unite per diventare il "Suiseki contemporaneo" - di Murata Keiji (1969)

In questo periodo, però, era già emersa una frattura. Gli appassionati di Suiseki erano ormai in gran parte divisi in due gruppi: quelli che aderivano all'insegnamento che i suiseki devono essere naturali e coloro che accettavano che non lo fossero. Il primo gruppo è composto da appassionati che raccolgono essi stessi in fiumi e montagne, che probabilmente non compreranno mai una pietra a meno che non provenga da un amico fidato. Il secondo gruppo è composto da appassionati che acquistano pietre dai commercianti e spesso si approcciano nel modo in cui si avvicinerebbero all'arte ed agli oggetti d'antiquariato, ponendo valore sulla storia e sulla provenienza di una pietra piuttosto che sulle sue qualità naturali. Piuttosto che seguire l'autorità centralizzata della NSA, nacquero molti club in tutte le parti del Giappone con una propria leadership. Spesso hanno creato le proprie regole - alcune che insistevano solo sulle pietre naturali, raccogliendo insieme nel loro territorio ed organizzando mostre dei loro ritrovamenti, mentre altri non si concentrarono sulla ricerca sul  campo o sulle pietre naturali, focalizzando  invece il proprio interesse sugli aspetti culturali più vasti della esposizione e dell'estetica, accettando pietre lavorate o ciò che sarebbe stato storicamente definito come bonseki. In realtà, queste tendenze distinte sono esistite a lungo nell'apprezzamento della pietra giapponese, ma ora erano tutte forzate a coesistere sotto lo stesso nome di "suiseki", e la gente ancora oggi discute su quale sia l'approccio corretto e non corretto.

Una delle discussioni più antiche e più oneste sul moderno apprezzamento della pietra giapponese è stata pubblicata nel 1962 da Ito Shunji nel suo libro L'hobby delle pietre : Come trovare e creare Suiseki e Daiseki.
 
Ito fu  coinvolto nell'organizzazione di due delle più importanti mostre di pietre circa 20 anni prima della creazione del NSA, che si tennero nel tempio Kan'eiji di Ueno nel 1940 e nel 1941. Egli mantenne la definizione di suiseki come "pietre esposte in suiban" e si oppose apertamente a Murata nell’includere pietre su daiza e kiseki sotto la classificazione di suiseki. Egli afferma che la sua preferenza personale è per le pietre naturali, ma lo offre come una risposta alla pubblicazione di Murata Kenji tre anni prima che suiseki DEVE essere naturale:
" […] Tuttavia, come l'espressione:" Mille persone, mille volti ", i gusti e le preferenze delle persone sono estremamente variegate e ampie, e non c'è carenza di persone che amano le pietre che sono state fatte anche più di quelle naturali, e semplicemente non riescono a ottenere abbastanza da loro. Un hobby non è qualcosa su cui obbligare le persone, e anche se si tenta di costringere in un modo particolare, alla fine non si può avere successo. Questo è solo il mio parere personale, ma anche se tu dici, riverite le pietre naturali e distruggete quelle fatte, tu puoi trovare la bontà nelle pietre artificiali e sentire in loro un piacere che non si può avere attraverso le pietre naturali. Non credo che ci sia qualcosa di sbagliato."
La sezione sottolineata è un citazione diretta del testo di Murata e Ito sta chiaramente esprimendo il suo disaccordo. Per meglio o peggio, tuttavia, il libro di Ito fu pubblicato da Tokuma shoten, una casa editrice che per un breve periodo ebbe una rivalità con la casa editrice di Murata, Jusekisha. Entrambi gli editori hanno pubblicarono una serie di libri sull'apprezzamento delle pietre e una panoramica del loro contenuto rivela che hanno attratto persone con idee molto diverse. I Murata, tuttavia, erano più profondamente radicati nei mondi del bonsai e del suiseki e il loro messaggio ha vinto (il periodo  di pubblicazione sull’argomento di Tokuma shoten sarebbe durato solo quattro anni, mentre Juseki continua a pubblicare ancora oggi). Essi continuerebbero a definire gli standard convenzionali che eventualmente si sarebbero diffusi in tutto il mondo, e le opinioni dissenzienti sarebbero cadute ai margini. Nonostante sia stato un leader di primo piano all'epoca, il nome di Ito è oggi sconosciuto in Giappone.
L'Hobby delle Pietre: come trovare e creare Suiseki e Daiseki di Ito Shunji, 1962
Molte altre pagine sarebbero necessarie per evidenziare completamente l'evoluzione della terminologia utilizzata in Giappone e le diverse scuole di pensiero emerse nel XX secolo, ma torniamo alla domanda originale: deve una pietra essere naturale per considerarsi suiseki ? Abbiamo visto che, durante la storia, le pietre naturali e artificiali sono state per lungo tempo apprezzate e venerate in Giappone, e solo nel 18° secolo è emersa un chiaro apprezzamento delle pietre naturali. Anche così, questo era molto diverso dal suiseki come lo conosciamo oggi. Il mondo medievale del bonseki e del bonsan lavorato combinato con il mondo pre-moderno dei kiseki naturali nella metà del XX secolo, e con il tempo tutti sono stati posti sotto la coperta dello stesso termine, il suiseki. Tuttavia, questi mondi avevano approcci molto diversi alle pietre ed i loro punti di vista non potevano così facilmente conciliarsi. Quando negli anni Trenta Chubachi dichiarò che il suiseki doveva essere naturale, c'era già una lunga tradizione di manipolazione delle pietre che ha resistito  in Giappone per centinaia di anni. La famiglia Murata cercò di mantenere la posizione di Chubachi, ma alla luce della realtà, ha dovuto abbassare la propria retorica e permettere una certa manipolazione. Essi non potevano ignorare o negare centinaia di anni di storia bonseki, né dovremmo noi ignorare o negare oggi questa tradizione.
Quando guardiamo una pietra esposta in una daiza o suiban, stiamo apprezzando le caratteristiche naturali della pietra di per sè, ammirando le forze della natura che l’ hanno portata ad esistere? O apprezziamo la più grande, scena naturale che le sue caratteristiche  suggerisce, permettendo alla nostra mente di vagare ed alla nostra immaginazione di esplorare, che la pietra sia completamente naturale o meno? C'è un solo modo unico? Certamente, come abbiamo visto, in Giappone non esiste solo una scuola coerente di pensiero.
L'apprezzamento della pietra è stato, fin dai primi giorni di cui si ha traccia in Giappone, un esercizio di allusione. Il Suiseki è, nella sua ultima forma, un apprezzamento della natura, ed è lì e solo lì NELLA natura che si possono imparare le sue vie. Non possiamo imparare niente di questo leggendo libri, navigando in Internet o ascoltando "esperti" che ci dicono cosa sia giusto e sbagliato.

Andate sulle montagne, andate in riva al mare, cercate cascate e ruscelli di montagna. Trascorrete il tempo lì e imparate il suono del vento che soffia attraverso gli alberi, imparate i modi della marea, il precipitare dell'acqua e la sensazione rinfrescante delle nebbie che ti scivolano addosso. È solo trascorrendo del tempo nella natura che si può fare proprie queste cose, e finchè non hai interiorizzato la bellezza della natura stessa tu non sperimenterai queste sensazioni guardando una pietra.

Chiedersi  se una pietra è stata lavorata o meno è un ottimo esercizio per principianti che esaminano le esposizioni o considerano l'acquisto di una pietra ma, fino a che non permetterai alla tua mente di andare oltre questo, la vera bellezza del suiseki non potrà rivelarsi. Entra nella natura e diventa il tenkei. Venera  i monti ed i modi che in cui le stagioni e la luce possono trasformarli.

Quindi, se una pietra è stata tagliata o lavorata oppure no, puoi trovarti trasportato in qualsiasi numero di luoghi nel mondo della natura, anche quando non sei libero di avventurarti lontano da casa.

Diventando un tenkei

 
 
Postscript.  Nonostante le grandi affermazioni fatte sia in Giappone che all'estero, non esiste né c’è mai stata una sola definizione universalmente accettata di suiseki che sia rimasta invariata nel tempo.
Quanto sopra è stato un tentativo di articolare la complessa realtà dell'apprezzamento delle pietra in Giappone, dove molte pratiche e scuole di pensiero rimangono ancora oggi. Non è una richiesta di approvazione, ma di comprensione.
L'Occidente non ha bisogno di replicare qualunque serie di "verità" giapponesi, comunque esse sono comprese, come già una certa cultura dell'apprezzamento delle pietre è saldamente radicata in molti luoghi del mondo. Si può solo sperare che ora questa cultura continui a crescere e prosperare all'estero nei propri modi unici, adattandosi ai desideri e alle aspirazioni di coloro che trovano ispirazione nella natura che li circonda.
 

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